
DI SEGUITO ALCUNI ARTICOLI CHE QUALCHE GIORNALE HA AVUTO LA BONTA' DI PUBBLICARE
"And so this is
Christmas…" LA PIAZZA, 2004
"L’arrampicata sportiva a Colle Umberto” LA PIAZZA,
2004
"Natale…e poi?" LA PIAZZA, 2004
"Due di novembre" LA PIAZZA, 2004
"Essere o avere" LA PIAZZA, 2004
"Arte o confusione?" LA PIAZZA, 2004
"Mr. ciao, addio!" LA PIAZZA, 2004
"Reality show" LA PIAZZA, 2004
"Siamo liberi o..." LA PIAZZA, 2004
"Figli del denaro" LA PIAZZA,
2003
"Gli anziani un problema? Non credo" LA PIAZZA,
2003
"I giovani ed il tempo" LA PIAZZA,
2003
"Parole d’amore…" LA PIAZZA,
2003
"Una squadra vincente: la famiglia" LA PIAZZA,
2003
"Uomini di gomma? Non ci voglio credere" LA PIAZZA,
2003
"And so this is Christmas…"
Dopo una rovente estate è ormai alle porte
l’inverno, e con esso gli alberi che ingialliscono, le prime piogge, il vento,
il freddo, il buio fin dal tardo pomeriggio ma anche gli addobbi in città, la
neve in montagna, un cielo terso e stellato, la notte di Natale.
La fine di dicembre porta con se qualcosa di magico, di speciale, che va al di
là delle luci colorate, della frenesia con la quale ci si precipita ad
acquistare regali per chiunque, delle vacanze. Qualcosa che si cela nell’animo
di ciascuno, che ci fa sentire in comunione con i nostri famigliari e con gli
estranei, che ci scalda il cuore e ci rallegra nell’intimo. Molto a lungo mi
sono domandato da dove provenisse questo sentimento cosi vero e genuino al di là
delle credenze religiose o culturali, e sono giunto alla conclusione che nasce
dall’attesa. L’attesa di un momento importante nel quale qualcosa dovrà
accadere, o almeno così si spera.
L’attesa di donare i regali comprati ad esempio, di riceverne anche, di vedere
parenti magari lontani o di ricongiungersi a quelli vicini, l’attesa di essere
amati in maniera speciale, di essere coccolati, l’attesa di un vecchio signore
dalla lunga barba bianca per i più piccini, di un po’ di calore e apprezzamento
per i più anziani, l’attesa di addobbare un pino, di essere ascoltati, di avere
un po’ di tempo per pensare alle persone che sono importanti per ciascuno,
l’attesa di un miracolo soprattutto: la nascita di Gesù, che in fondo, è un
modello disceso dal cielo al quale ognuno dovrebbe aspirare, un esempio di bontà
e umanità con la “u” maiuscola che ci viene donato direttamente dal Signore. Da
Dio per noi tutti, senza distinzione di razza, sesso o età. Senza distinzione di
posizione sociale ed economica, politica o di sorta e credo sia proprio questo
che conferisca un po’ di luce all’altra faccia della medaglia, quella più scura
e nera del Natale.
Le attese di cui abbiamo parlato fin ora infatti coinvolgono persone che hanno
accanto altre persone da amare e dalle quali ricevere amore, ma il mondo è fatto
anche di gente che vive nella più terribile solitudine ed è per loro che le
festività Natalizie rappresentano più che altro un incubo, un eccesso di amore
al quale non poter prendere parte, una tristezza senza confine se non per la
nobile promessa che il Figlio di Dio ha fatto a tutti, una promessa di amore
eterno.
Ecco perché tra i vari doni, impegni e pensieri dobbiamo prendere in seria
considerazione il motivo principe che ha dato origine a questa festa così
importante: la nascita di Gesù ed il suo messaggio di solidarietà incondizionata
e pura.
Così sarebbe bene lasciar perdere “l’elemosina” materiale, quella fatta di euro
nel cappello supplice di qualche poveraccio e dedicarsi all’aiuto dell’anima di
chi è emarginato e solo, abbandonato anche dagli sguardi e dai pensieri della
gente e magari invitarlo al cenone di natale, e poi a pranzo, al bar a bere
qualcosa e così via, fino a donargli il più prezioso dei pensieri: uno scopo per
tirare avanti.
Ritengo che i doni siano molto importanti in questo periodo così particolare,
sia per i più piccini che sono sempre accontentati dal buon vecchio Babbo Natale
che per i più grandicelli, perché in un modo o nell’altro rappresentano un
pensiero che qualcuno dedica a qualcun altro, del tempo speso appositamente
pensando ad una certa persona. Non voglio assolutamente sminuire questo semplice
gesto, credo che sia magico e magnifico ma che forse, soprattutto negli ultimi
anni, il consumismo più sfrenato la stia facendo troppo da padrone, giungendo a
volte ad intaccare ed imbruttire il sentimento del Natale, riducendolo ad uno
spendere e spandere in tutte le salse, nella speranza di dare uno sfarzo
eccessivo a questo appuntamento probabilmente per coprire la mancanza di vero
calore umano e naturalmente creando ancor più divario tra il mondo di quelli che
per loro fortuna sono nati sotto ad una campana di vetro infrangibile e quelli
che, tagliati fuori, vi appoggiano la fronte ed il naso alitandoci sopra,
guardando dentro, sperando che magari, prima o poi, anche loro potranno avere un
festante Natale d’amore.
"L’arrampicata sportiva a Colle Umberto”
Arrampicare in montagna…
Molto di più che un semplice sport. Direi piuttosto uno stile di vita. Un mezzo
per avvicinarsi alla natura selvaggia e severa, per avvicinarsi ai propri
limiti, al silenzio, alle cime più difficili da raggiungere e perché no? Alle
stelle.
Ho cominciato ad appassionarmi a questa attività grazie a mio fratello che un
po’ di tempo fa mi ha avvicinato alle vie ferrate.
Avevo camminato molto prima di allora, visitando ogni angolo delle Dolomiti
Ampezzane ma al medesimo tempo mi ero sempre fermato, con il naso rivolto
all’insù, ad osservare quelli che sembravano dei ragni appesi alle pareti
verticali dei massicci montuosi. Li ammiravo moltissimo. La loro forza fisica e
spirituale, la determinazione ed il coraggio. Non pensavo nemmeno lontanamente
che un giorno avrei potuto condividere con loro questa passione ed invece,
quando mi sono trovato in cima a “Punta Anna”, parecchi anni fa ormai, mi sono
guardato attorno e ho deciso che dovevo arrivare più in alto. Dove ancora meno
gente poteva arrivare. Dove avrei potuto godere di un mondo quasi esclusivo, e
così ho cominciato ad arrampicare, pian piano, imparando poco per volta e con
prudenza, ma ogni inverno si ripresentava il medesimo problema: come fare quando
il clima non permette più le ascese in alta montagna? Ed è a questo punto che,
da un po’ di tempo a questa parte mi è venuta in aiuto la palestra artificiale
di Colle Umberto. E’ una struttura nata dalla passione di un gruppo di persone
che non si sono limitate a sognare qualcosa di più ma si sono impegnate a
costruirlo e devo dire che ci sono riuscite. La struttura è ubicata all’interno
della palestra delle scuole superiori del paese di “Colle”. Sono state tracciate
un bel po’ di vie su pannelli strapiombanti e non. C’e né per tutti i gusti.
Dalle vie facili per principianti a quelle molto difficili per esperti. I
percorsi vengono costantemente cambiati e rinnovati. Sono completi di rinvii già
appesi alle pareti e pronti per l’uso e c’è anche la possibilità di avere in
prestito l’attrezzatura per chi volesse provare ad avvicinarsi a questo
entusiasmante sport e non voglia spendere dei soldi prima di vedere se è di suo
gusto.
L’orario di apertura della palestra è dalle diciannove e trenta fino alle
ventitre. I responsabili sono sempre presenti per dare utili consigli e
delucidazioni, qualche dimostrazione e naturalmente per raccogliere le
iscrizioni. Il modico costo di accesso all’impianto dà la possibilità proprio a
tutti di potersi avvicinare all’arrampicata sportiva, e per di più, l’ “Ice
Climbing Rock”, così si chiama la palestra, organizza periodicamente dei corsi
di arrampicata per vari livelli di capacità, corsi nei quali è possibile
apprendere le principali tecniche di ascesa ma anche quant’altro serva per
procedere in sicurezza in montagna come le varie tipologie di nodi, i metodi per
attrezzare una sosta, per far sicura al compagno, per discendere in corda doppia
e via dicendo.
Personalmente ho trovato in questo luogo un posto al quale poter accedere
comodamente, visto l’orario strutturato appositamente per chi come me ha impegni
lavorativi, e senza troppe formalità riguardo gli appuntamenti settimanali. Si
può infatti decidere se pagare giorno per giorno o se fare dei convenienti
abbonamenti comprendenti un certo numero di appuntamenti e utilizzabili dal
lunedì al venerdì senza date prefissate.
Quindi facendo i complimenti ai promotori di questa iniziativa consiglio a tutti
di venire a visitare la struttura, nella quale, se non altro, nel caso in cui
non si sia ancora avvezzi alla montagna c’è la possibilità di incontrare e
conoscere moli appassionati con i quali magari iniziare a visitare le nostre
magiche cime.
Così è trascorso il Natale. Passato con i
suoi addobbi lucenti, i pini decorati, i negozi illuminati ed i bambini
contenti. Con il presepio, le stelle comete e un sacco di carte colorate e
brillanti. Se n’è andato e ci ha lasciati di fronte ad un nuovo anno di lavoro.
Il Natale è una delle festività che più mi piace e mi commuove. In un certo qual
modo riesce ancora a risvegliare ciò che di più umano possediamo. Riesce a
creare una sorta di comunione tra gli animi che ai giorni nostri è sempre più
rara.
Nasconde però alcune profonde antitesi alle quali penso e ripenso senza riuscire
a dare spiegazione.
In televisione si vedono di continuo notiziari e sondaggi ISTAT che
chiacchierano sulla quantità di euro spesi per i doni, per i cibi e per le
vacanze. Si vedono piste da sci innevate con centinaia di sciatori sorridenti e
famiglie felici che tagliano il panettone di fronte al crepitio di un camino
acceso. Non una parola sul senso di questo giorno, quello profondo, quello
religioso. Non sto dicendo che Babbo Natale e la Befana non esistono, anzi. Io
stesso gli ho conosciuti e mi hanno confidato che li rende felici portare tanti
doni ai bambini di tutti i paesi. Tra l’altro i loro regali non costituiscono il
business delle festività natalizie perché vengono fabbricati da un sacco di
gnomi in un paesino dell’Alaska chiamato Korvatunturi. Sto solamente cercando di
comunicare che il rovescio della medaglia di tanta abbondanza sbandierata ai
quattro venti accresce senza pietà le differenze che esistono tra chi ha e chi
no.
In realtà, anche se viviamo in un paese estremamente fortunato, al mondo ci sono
molte più persone che non posseggono nulla o quasi, di quante siano
economicamente serene.
Il Natale per sua natura nasce da un sentimento di rinuncia, di povertà e di
umiltà. Nasce da un bambino venuto al mondo in una mangiatoia. Un bambino che,
solamente desiderandolo, avrebbe anche potuto essere generato da re o imperatore
ed avere comodità di ogni tipo.
Non mi capacito di come, da un messaggio tanto chiaro, si sia giunti ad una
situazione esattamente opposta, nella quale ad essere adorato è quasi il
consumismo. Sembra che per allietare il cuore vi sia bisogno di una smodata
opulenza.
Invece, è sufficiente una piccola luce per poter leggere grandi parole, e questo
dovrebbe essere ben chiaro nella mente di ognuno.
Non voglio con questo articolo recriminare sul modo che abbiamo di trascorrere
le festività natalizie. Tutto sommato, come ho detto all’inizio dell’articolo,
sento che in questo periodo nasce in ciascuno un germoglio di viva umanità.
Vorrei invece riflettere su come possiamo fare per portare calore e allegrezza
nella vita di chi non ha certe fortune, diminuendo, se non altro, il divario tra
“noi e loro”.
Viste dal di qua della barricata tali divari non sembrano molto importanti o per
lo meno non ci toccano nell’intimo ma se per un attimo ci immaginassimo di stare
dall’altra parte, magari senza nulla, in mezzo alla strada e peggio ancora, soli
come cani, questa realtà assumerebbe toni scioccanti. Se ci immedesimassimo con
bambini che non hanno di cui nutrirsi, con gli anziani confinati in case di
riposo, con i malati terminali, che dovrebbero essere i protagonisti di tale
ricorrenza e la vivono invece ai margini, quasi da estranei, allora forse un
campanello suonerebbe nelle nostre coscienze.
Ho deciso di scrivere queste poche parole nel mese di Gennaio anziché prima
delle vacanze perché vorrei che facessero riflettere su ciò che si può realmente
fare durante tutto un anno per realizzare i sogni di alcuni il prossimo Natale.
Perché il messaggio di una tanto nobile notte è proprio questo, e cioè di
aiutare per fare in maniera che ciascuno, di tempo in tempo, possa stare un
pochino meglio.
Non sono d’accordo con chi estremizza dicendo che è tutto solamente consumismo e
che non bisognerebbe spendere e trascorrere questi giorni in miseria, dico
invece che si può spendere, naturalmente senza il disprezzo per il denaro che
alla fine dei conti è fatica, ma che bisogna farlo in parte per aiutare chi sta
peggio innalzando, anche se di pochissimo, il suo tenore di vita e dandogli modo
di sperare in un domani migliore.
E’ giunto il mese di novembre e con esso il
cuore dell’autunno con le sue foglie gialle e malinconiche, le nebbie dell’alba
e dell’imbrunire, i rami spogli degli alberi, il buio fin dal tardo pomeriggio,
i cachi, le nostre campagne addormentate e silenziose ed anche una ricorrenza
non proprio delle più allegre: il giorno dei morti.
Mi capita piuttosto spesso nel corso dell’anno di recarmi in cimitero per
salutare coloro i quali mi hanno preceduto nel viaggio più importante della
vita, i miei parenti e amici che ho avuto la fortuna di conoscere e che ora non
sono più qui a tenermi compagnia. In tutta sincerità devo dire che è un luogo
che non la smette di suggestionarmi e di commuovermi. I momenti migliori sono
quelli in cui non c’è nessuno, in cui mi sento osservato solamente da centinaia
di fotografie la maggior parte delle quali in bianco e nero, in cui odo gli
uccelli cinguettare, in cui mi invade il senso profondo della morte che non è
altro che una pace infinita. Allora mi avvicino a qualche lapide e leggo le
epigrafi, guardo le facce di chi non c’è più, osservo tutto intorno a me e penso
a ciò che hanno fatto, ciò che hanno costruito con vite e vite di sacrifici e
fatica e nell’anima cresce forte un profondo rispetto per le cose che mi
circondano, per la gente che vive, per me stesso.
Non lo so se avete mai fatto caso agli sguardi di quelle fotografie. Sembrano
sapere mille cose, brillare di saggezza, sembrano essere felici.
Di fronte alle tombe dei propri cari è ancora un'altra cosa. Sono degli scrigni
di memoria, di ricordi, di momenti trascorsi insieme, di sguardi, di parole non
dette, di emozioni, di rimorsi anche, di tristezza e di gioia. Sono scrigni di
sentimenti sospesi nell’eternità. Carezze di madri preoccupate, baci di figli
felici, comprensione di nonni buoni, rimproveri, sculaccioni, complimenti. Ogni
cosa immobile. Intatta. Pronta per essere rivista, riconsiderata, per ritornare
ad essere parte della vita dei vivi, per occupare ancora del posto nel cuore di
ciascuno.
Commuove anche vedere le persone che a volte capita di incontrare in questi
posti: raccolte, in silenzio, con dei fiori in mano o solamente con un pensiero
nel cuore, persone giovani, anziane, di mezza età, ciascuno spinto dal medesimo
sentimento ad incontrare i propri cari, ad incontrare un qualcuno che
pazientemente li aspetta e li attenderà per sempre, a confrontarsi con la morte
che tanto spaventa ma che è così tanto parte di noi, a prenderne confidenza,
nella speranza che quando si presenti il nostro turno qualcuno faccia lo stesso.
Penso che il cimitero sia uno di quei luoghi in cui il dolore e la speranza
convivano nel medesimo tempo in maniera talmente concentrata e densa da divenire
quasi palpabili, dove le lacrime abbiano un sapore differente dal solito. Il
sapore amaro di una perdita importante e quello dolce della consapevolezza
silenziosa che non sarà per sempre.
Penso che per vivere queste emozioni e questi sentimenti vi sia bisogno di
silenzio, di raccoglimento, di riflessione e soprattutto di assiduità, di
costanza, perché coloro che non ci sono più non domandano e le richieste non
fatte sono le più difficili da esaudire. Il ricordo è d’obbligo. Se non altro
per il fantastico mondo che ci hanno donato andandosene.
Quello che vorrei comunicare con queste poche righe è che, tra le altre cose,
una splendida caratteristica del mese di novembre è la ricorrenza dei morti e
l’abitudine di recarsi mesti in cimitero con la famiglia, con i figli, magari
piccoli, che sono l’immagine della vita ed assomigliano così tanto ai fiori
colorati che ornano molte lapidi, che rappresentano il prodotto più vivo di chi
non c’è più, la loro eredità più preziosa vera e sincera.
Molti dicono che in occasione di questa ricorrenza il cimitero si trasformi
quasi in un mercato tanta è la gente lì presente, che sarebbe meglio che
pensassero ai loro cari in altri momenti e non necessariamente il due di
novembre, io invece dico che ogni giorno dovrebbe essere il due di novembre,
ogni occasione buona per regalare un fiore ai propri defunti, ogni minuto utile
per ricordarli. Magari fossero sempre zeppi i cimiteri. Sempre gremiti di
persone immerse nei ricordi, immerse in momenti trascorsi, immersi in ciò che
erano. Sarebbe una potentissima medicina per l’anima che oggigiorno è così poco
sollecitata alla riflessione, una vera e propria manna per il cuore e
soprattutto, credo che accenderebbe una luce su quella che è la paurosa ombra
della morte sbiadendola un poco se non altro. Allontanerebbe da essa se la paura
della solitudine. Perché morire non vuol dire essere soli. Vuol dire solamente
abbandonare una materialità così ingombrante per trasferirsi dritti dritti
all’interno dei cuori di chi ci ama e battere con loro per sempre e per sempre.
L’essere umano è metro e misura d’ogni cosa.
Sembra una frase fatta, trita e ritrita, ma nasconde un principio che deve
essere la guida della vita di un individuo. Un principio che suggerisce che le
cose, di solito, non hanno un’importanza propria ed imprescindibile. O meglio:
vi sono oggetti, situazioni ed emozione che racchiudono un valore oggettivo, ma
un’infinità di sciocchezze che sembrano brillare ma lo fanno solamente di luce
riflessa.
Ho deciso di scrivere questo articolo perché mi sento circondato e ricoperto da
una patina poco sana. Soprattutto qui, a Conegliano, camminando per strada, mi
rendo conto che l’apparire e quindi l’avere stanno assumendo una forza ed una
presenza troppo massicce e credo sbagliate.
Ho preso ad esempio la mia cittadina solamente perché ci vivo ma la cosa è
comune a tutti i paesi che sono stati investiti da un progresso che per molti
versi sta dimostrando una sconfortante superficialità. Prendiamo ad esempio
l’automobile che è uno “status” dei nostri tempi. L’automobile è un mezzo di
trasporto ed ha una sua propria funzionalità: quella di trasportare una persona
o una famiglia dal punto “a” al punto “b” e questo ha un valore oggettivo ed
indiscutibile. Il resto invece, che fa lievitare il prezzo di decine di migliaia
di euro non è altro che forma, poco importante di per sè ma fondamentale per i
più.
Allora la domanda è: come mai una persona dotata di raziocinio ed intelletto
decide di scambiare un bel po’ di ore lavorative e quindi di reddito con delle
rifiniture e superficialità di cui potrebbe fare a meno?
A causa dell’educazione ricevuta, è la risposta. Non di certo dell’educazione
famigliare o scolastica ma dell’educazione sociale che propone modelli e valori
che non sono da proporre. In questa maniera le persone stesse riempiono di
significato alcuni recipienti vuoti e smaniano per possederli. Pian piano
l’esistenza si riduce ad un continuo inseguire delle novità da avere. Sempre
migliori. Un lavoro migliore, una casa migliore, un’auto migliore o più d’una,
ristoranti e vini migliori, il climatizzatore, il cellulare, una barca ultimo
grido, un paio di sci, vestiti delle più importanti griffe e così via ed in tal
modo la mente è così occupata a rincorrere un così vasto insieme di accessori
inutili che si scorda di crescere. Si dimentica di studiare, di leggere e di
comprendere e diviene un calibro distorto con i millimetri ampi come i metri. Un
calibro che misura male. Un cattivo strumento insomma.
La soluzione è quella di diminuire i bisogni e non aumentare il reddito per poi
sperperare. All’inizio certo sarà difficile perlomeno come smettere di fumare,
ma poi, quando le fondamenta saranno salde, il mondo apparirà come realmente è
fino a rendersi conto che l’estrema soddisfazione risiede nel tendere la mano a
chi abbisogna e nel godere di ciò che questa natura così splendida ci offre ogni
giorno e gratuitamente per giunta.
Mi sorprende rendermi conto che il potere, la considerazione e la stima siano
così legati alla ricchezza materiale quando spesso, tale ricchezza è indice di
un importante depauperamento morale che non è degno di alcuna considerazione. E’
proprio l’avere che genera le tanto chiacchierate “classi sociali”, o meglio, è
la differenza tra i vari livelli dell’avere. Così ha origine il formarsi di
gruppi e club fondati su di un perbenismo di facciata e su di una fitta rete di
false stime.
Bisogna rendersi conto che un rospo rimane tale anche se è ricoperto di alcune
fra le migliori piume di pavone e che l’unica statura degna di nota è quella
morale che, ahimè , è anche la più invisibile.
Non sto dicendo che ognuno debba spogliarsi di tutti i propri averi ma solamente
che è giusto dare loro l’importanza che meritano. Che è giusto usarli ma non
rincorrerli, dominarli senza esserne dominati e che comunque è sempre sbagliato
avere molto solamente perché c’è la possibilità di potersi permettere molto.
L’essere purtroppo viaggia su di un binario opposto a quello dell’avere e quasi
sempre quest’ultimo impoverisce il primo. Bisogna insomma brillare solamente per
la nostra più vera umanità.
Di recente mi è capitato di passeggiare per le strade di Bologna, proprio nei
pressi della scuola d’arte cinematografica che è ospitata da questa splendida
città. Di sera, all’imbrunire, mi sono imbattuto in alcuni gruppi di
folcloristici giovani con strani capelli e cappelli, agghindati in maniera
piuttosto allegra, spesso accompagnati da qualche cane o chitarra. Se ne stavano
riuniti in grappoli seduti su di alcuni muretti o marciapiedi, chiacchierando,
bevendo birra e scherzando tra loro.
Mi sono avvicinato con la scusa di domandare un’informazione, spinto più che
altro dal desiderio di conoscerli. Così siamo finiti a parlottare del più e del
meno per una buona mezz’ora. Questo dialogo mi ha dato spunto per una
riflessione che ha accompagnato il mio ritorno in albergo.
Questi ragazzi che aspirano a divenire grandi artisti, sembrano non aver chiaro
che non è un semplice velo superficiale d’originalità che genera arte. Non è
nemmeno una vita disordinata e trasandata ad ispirare l’animo. A vederli, ad
ascoltare i loro discorsi pare che la sregolatezza nei modi e nei costumi sia
indice di creatività.
Purtroppo per loro non è così, o meglio, non è solamente così.
Dietro ad ogni artista si nasconde una vita di fatica e lavoro, si celano ore ed
ore di pratica ed abnegazione che non sono sentite come un sacrificio solamente
perché supportate da una grande passione.
La facciata di originalità può esistere, ma deve solamente essere la punta di un
iceberg ben più imponente, non può essere lei da sola a supportare la
personalità dell’artista, altrimenti vuol dire semplicemente che non c’è una
così imponente personalità.
Scavando ancor più nel profondo si scorge anche un altro messaggio che riguarda
l’intelletto di un creativo, di un artista.
Tale messaggio dice che l’arte è uno stretto connubio tra creazione ed
espressione. Queste due proprietà devono vivere assieme ed in simbiosi. Senza
una di essa viene meno lo stesso concetto di arte.
Da ciò è facile evincere che il concetto di opera d’arte è generato da due
fattori: l’uno è la sostanza o il contenuto e l’altro la forma.
E’ insomma perfetta unione tra la creatività dell’artista e la sua capacità di
seguire in maniera ferma delle precise regole. Dare rappresentazione
dell’infinito con il finito insomma e ciò richiede doti superiori a quelle
normali ed è per questo motivo che vi sono solamente pochi grandi artisti.
Ogni disciplina ha infatti le sue regole ben chiare e precise: la musica si
struttura in battute e tempi, la scrittura in lettere e grammatica, la pittura
con giochi di luci e colori, la poesia in metrica e così via. Ciascuna segue
rigorosamente severi binari.
Attraverso queste poche parole vorrei comunicare al giovane popolo che aspira a
divenire grande che l’arte non è solamente una facciata, un insieme di
comportamenti o modi di fare spesso non curanti o trasandati ma sostanza pura
supportata da un intelletto non comune, e come tale, prescinde da ogni forma di
originalità forzata.
Il genio creativo può nascondersi sotto i panni di un barbone o di un medico o
di un direttore d’azienda, alimentato in silenzio per anni, magari anche
all’insaputa del suo stesso detentore, aspettando paziente solamente l’attimo
più giusto per uscire allo scoperto e rendersi palese.
La nobile capacità di essere artista deve, al pari di ogni altra dote, essere
coltivata con assennatezza e meditazione, giorno dopo giorno, per affinarsi e
svilupparsi e riuscire a dare immagine degna di ciò che l’essere umano ha di più
caro: la sua anima.
In caso contrario si rischia di smarrire addirittura se stessi in un vortice di
atteggiamenti e modi di fare senza senso ne fine.
Spesso accade di osservare persone che camminano veloci sui marciapiedi, la
testa bassa, gli occhi piantati sul grigio asfalto, diritti verso una qualche
meta con passo deciso e svelto. Automobilisti intenti ad uscire in ogni maniera
dalla giungla del traffico, concentrati sulle manovre più scaltre, ben chiusi
nei loro gusci di metallo, pronti a suonare insistentemente verso chiunque
intralci loro la strada.
La frenesia di questo tempo ci sta trascinando nel più profondo individualismo.
In uno stato di disinteresse nei confronti del prossimo, di chiusura verso il
resto del mondo e così sta morendo un’antica usanza densa di significato e
rispetto per l’altrui esistenza:
e’ scomparso il “ciao”.
Intendo dire che non è più presente la simpatica abitudine di salutare.
Solamente qualche anziano sollevando goffamente il cappello e chinandosi appena
in avanti saluta generoso augurando una buona giornata.
Non so a voi, ma io provo un piacere infinito nel vedere che qualcuno perda un
attimo interessandosi a me, al mio tempo, alle mie vicende. Che qualcuno di
sconosciuto abbia l’accortezza di salutare incrociandomi. Non parlo di un saluto
rabbioso, stretto fra denti digrignati ed appena percettibile, ma di un aperto
messaggio di considerazione e rispetto. Un qualcosa da custodire e ricambiare
con sincero affetto, proprio come un raggio di sole tra le grigie nubi.
Sono convinto che l’essere avvezzi al saluto giovi al proprio animo ed a quello
altrui, migliori i rapporti e le relazioni tra gli esseri umani e diminuisca
leggermente quell’antipatico astio che spesso insidia gli incontri casuali,
contribuendo a donare una nota d’armonia a noi uomini ed alle nostre città.
Come sarebbe possibile infatti adirarsi con qualcuno a cui poco prima si è
dedicato dell’interesse? Sarebbe molto difficile, quasi impossibile. Nel momento
in cui ci si trovasse di fronte ad una scortesia involontaria verrebbe più
facile rispondere con un gentile “non si preoccupi” piuttosto che con maleducati
insulti che quotidianamente si sentono nell’aria.
Nel momento in cui il nostro animo fosse abituato a considerare ciascuno degno
di un affettuoso saluto ecco che le persone assumerebbero ai nostri occhi una
maggior dignità e quindi i nostri rapporti, anche con gli sconosciuti sarebbero
caratterizzati da uno spessore degno dell’essere umano, sarebbero rivolti
all’aiuto ed all’ascolto piuttosto che al menefreghismo.
Bisogna anche spendere una parola per chi è meno fortunato, ammalato, in
condizioni economiche svantaggiose, solo, abbandonato. Per coloro i quali si
sentono meno degli altri, inferiori, differenti. Il saluto, se sincero, diviene
in tali circostanze un messaggio di uguaglianza e di interessamento, insomma un
cordiale contatto con le persone che quotidianamente accompagnano le nostre
giornate.
E così oggi il nostro caro buon vecchio “Mr. ciao”, che ha dato così tanto in
passato, se ne sta stretto nel suo mantello scuro, seduto in qualche remoto
angolo del cuore di ciascuno. Infreddolito ed indolenzito ma voglioso di essere
nuovamente protagonista di tanti sorrisi e strette di mano, nuovamente
protagonista di quello che è, in fondo, un semplice messaggio di pace: il
simpatico e dolce saluto.
I fiori sbocciano ricchi di colori e profumi,
l’erba cresce rigogliosa, i rami degli alberi si caricano di germogli gravidi,
gli uccelli cinguettano gentili nell’azzurro del cielo in un coro di infinite
melodie e sfumature di toni, il clima è mite e amico e le giornate lunghe e
luminose.
La vita invade prepotente le creature che fino a poc’anzi riposavano silenziose
e le rende protagoniste di un dipinto che migliora con il tempo.
I bambini ridono e scherzano nei cortili delle scuole, rincorrendosi allegri e
la voglia di lavorare abbandona un po’ tutti, sostituita dal bisogno di ammirare
questa natura che si manifesta densa e ricca suscitando emozioni vere, genuine,
umane.
La primavera è la stagione che più di altre ha del miracoloso.
Ho la fortuna di passeggiare spesso tra le colline di Conegliano gustando questo
prodigio in prima persona, con occhi, naso e orecchie. Ogni volta mi stupisce
arricchendomi. Allora mi siedo immobile su di un sasso o ancora meglio per
terra, guardo il panorama, l’aria limpida, le viti ordinate, i pochi contadini
al lavoro ed il pensiero raggiunge tutti coloro che non hanno la fortuna di
godere di un simile privilegio. quello di poter vedere, ascoltare questo mondo
così perfetto e geniale. Allora chiudo gli occhi immaginando di smarrire la
vista, e le orecchie, provando a non sentire nulla, e mi immergo in un mondo non
mio. Un mondo fatto di silenzi ed oscurità. Mi sforzo di ascoltare in una
maniera differente, utilizzando altri sensi e quasi ci riesco, ma poi le
palpebre si schiudono lasciando entrare la luce e con essa un modo variopinto.
Le orecchie ritornano a sentire il vento tra i rami ed il frusciare della falce
sull’erba e comprendo che tali ricchezze non hanno prezzo, che in fondo le cose
più belle e saporite sono gratis. Allora il mio pensiero si allontana nuovamente
scivolando silenzioso verso lo stile di vita che ci siamo imposti di vivere,
verso il progresso esasperato, la ricchezza, le comodità eccessive. Verso il
lavorare finalizzato solamente all’accumulo e non al semplice vivere, verso i
computers che assorbono i nostri occhi per gran parte della giornata, verso le
realtà virtuali e finte, verso i giochi elettronici, verso la tv che anestetizza
i nostri cervelli riproponendo di continuo in profondo vuoto che viene assorbito
senza filtri.
Il mio pensiero abbandona coloro i quali hanno avuto la sfortuna di non poter
vedere e raggiunge le persone che scelgono di non farlo.
Credo che la politica, il lavoro, la cultura e la religione debbano mirare ad
accrescere la capacità di ciascuno di godere di ciò che è importante, la
capacità di meravigliarsi, di stupirsi, di commuoversi addirittura.
Bisogna capacitarsi che la statura di un uomo non risiede nel suo portafoglio o
nel potere che detiene ma nella consapevolezza di essere ben poco di fronte al
creato e nella volontà di amare e rispettare la vita, anche fermandosi per
contemplarla.
I bambini, che sono poi il nostro domani, dovrebbero essere allontanati
dall’artificiale e portati spesso nelle campagne o in montagna, lontani dalla
televisione e dal cemento, a contatto con la natura colorata, in maniera tale
che ritrovino il sentiero che conduce alla più ricca delle miniere, nella quale
è custodito il tesoro più importante che l’umanità possiede: il rispetto per
madre Terra.
Stiamo vivendo l’era del “reality show”. Ogni giorno vengono trasmessi ed
inventati programmi nuovi sulla scia di questo tema dominante e si rivelano
vincenti in quanto ad ascolti e sfornano di continuo nuovi volti, nuovi “divi”,
come si usa dire in televisione, con il loro pubblico, gli autografi, la
celebrità e tutto il resto.
E’ impressionante come questo genere di trasmissione desti tanto interesse in
coloro che la seguono assiduamente al punto da pagare costosi abbonamenti a reti
private per poter addirittura essere presenti in quella casa o fattoria che sia
per ventiquattro ore al giorno. Cosa c’è di tanto speciale fra quelle mura
allora? Cosa spinge un essere umano completamente sconosciuto a seguire le
lunghe giornate di un’altra persona altrettanto sconosciuta che si limita a
vivere soltanto, e spesso in maniera cosi vuota e sciocca?
Non certo il bisogno di cultura oppure la necessità di sognare, di estraniarsi,
di trovare una valida alternativa per il proprio tempo libero. Non la voglia
scoprire delle guide, dei modelli da emulare, degli esempi di moralità e finezza
d’animo, di originalità o che so io. Ed allora cosa? Ritengo che il problema sia
molto più grave di quanto si possa pensare. Grave e preoccupante e stranamente
non visto né dalle istituzioni e dalle reti televisive che sembrano lasciar
correre ogni cosa forse in vista di un sempre crescente profitto, né dalla
società che pare avere gli occhi bendati. Sembra intontita e pronta ad assorbire
ogni cosa senza parlare.
Queste trasmissioni hanno tutta la parvenza di essere dei sedativi per la
popolazione. Delle scatole vuote che producono denaro e che non lasciano nulla a
chi le riceve. Il nulla più pieno. Ore ed ore trascorse davanti alla televisione
senza cavarne un ragno dal buco, senza un messaggio, senza un contenuto, senza
serietà, senza principi, senza idee né ideali, senza anima insomma. Senza uno
straccio di quello che si chiama buon gusto. Vengono presentati senza filtri
ragazzi e ragazze che si commuovono per nulla, che frignano per meglio dire per
sciocchezze, che nella loro ingenuità attribuiscono a piccolezze valori enormi e
quel che è peggio questi vengono amplificati su rete nazionale, con microfoni
potenti gridati ai quattro venti in maniera che la gente si convinca che sia
giusto e sano e importante dispiacersi fino alle lacrime perché una fraterno
amico conosciuto dieci giorni prima se ne vada per un paio di mesi, che sia
naturale accoppiarsi o sbaciucchiarsi sotto le lenzuola mentre il paese intero
osserva in quale maniera squallida anche la più privata intimità venga sgualcita
e resa così povera e stupida, che sia normale che vengano offerte decine di
milioni per oziare novanta giorni.
Non serve affatto cacciare da queste trasmissioni chi dice una bestemmia per
attribuirsi una facciata di falsa moralità quando ogni cosa è una bestemmia. Non
è vero che si bestemmia con la bocca soltanto. Lo si fa in mille maniere e
guarda caso queste trasmissioni sono un concentrato di queste mille maniere.
Vanno infatti ad intaccare la dignità della persona che né è protagonista, che
si presta, in forza di una fatua celebrità a svendersi per un gioco che non vale
la candela, la dignità di coloro che osservano in silenzio, come tanti burattini
con la bocca spalancata, degli scorci di vita altrui, la dignità anche di coloro
che producono, perché così facendo, utilizzano un mezzo pubblicamente
accessibile per sgretolare i valori dell’uomo.
Penso che coloro che hanno fatto grande la nostra terra e che ciascuno menziona
con una certa reverenza, partendo dai grandi come Madre Teresa per arrivare alle
persone comuni che spendono la vita a costruire qualcosa di importante, serio e
morale, scuoterebbero il capo in segno di compassione nel vedere a quale livello
stiamo trascinando l’animo umano.
Mi sforzo spesso di comprendere se sia la televisione a modellare il mercato,
gli ascoltatori, oppure questi ultimi a dare gli input ai media abbassando
sempre più il livello delle trasmissioni. Ciò che è certo è che una strumento di
comunicazione di massa non può permettersi di generare miti di cartone, emozioni
leggere e facili guadagni. Al contrario dovrebbe promuovere valori positivi e
forti, raccontare ciò che c’è di bene e di male e far sognare ad occhi aperti il
pubblico e così facendo diventare un mezzo costruttivo che le persone vogliono
perché sanno che possono succhiarvi un buon nettare, trovare ciò che cercano e
non solamente imbambolarsi passivamente sul divano come aride spugne assorbendo
e dimenticando immediatamente ogni sciocchezza venga propinata.
Un mezzo insomma di costruzione. Un luogo dove poter incontrare grandi animi e
personalità perché solo un buon maestro è in grado di insegnare. La materia può
variare ma il maestro deve essere sempre e comunque grande per poter comunicare
qualcosa.
"Siamo liberi o... crediamo di esserlo?"
Sento di continuo, da parte di giovani o giovanissimi, l’esigenza di una sempre
maggiore libertà. Proprio pochi giorni fa ho avuto l’opportunità di scambiare
due chiacchiere con un adolescente a proposito di questo tema.
Ho la sgradevole sensazione che vi sia un po’ di confusione tra il concetto di
“libertà” con la “L” maiuscola e quello più sempliciotto del “poter fare ciò che
si vuole”, che, a parer mio, si avvicina maggiormente ad un ideologia più
consona all’istinto animale che al raziocinio umano.
Mi chiedo se un ideale tanto nobile, per il quale molta gente ha scelto la
morte, per il quale si sono combattute anche molte guerre, possa essere così
sminuito e banalizzato.
Bisognerebbe spiegare alle generazioni più giovani che la libertà non è altro
che la reale possibilità che un Uomo deve assolutamente avere e difendere con
tutte le proprie forze di scegliere “il giusto”. Tale imprescindibile diritto
sta alla base dei principi che governano il vivere privato e comune e non ha
nulla a che vedere con il “poter fare ciò che si vuole” o con l’esigenza di
dover soddisfare ad ogni costo le proprie voglie.
La scoperta che i ragazzi devono fare è che si può essere liberi anche senza
fare ciò che pare, anche attenendosi alle regole della famiglia, della società,
de vivere comune, purché siano regole che lascino la possibilità di seguire
principi corretti capaci di guidare la vita in maniera retta.
Detto questo, vorrei generalizzare maggiormente tale pensiero allargandolo alla
società tutta. Mai come oggi impera l’idea di vivere in una società “libera e
liberale”. La domanda a questo punto diventa: “E’ veramente così?”.
Sicuramente sono stati fatti dei passi avanti rispetto all’antichità, su questo
non ci piove, ma ritengo che oggigiorno sia in atto un processo limitazione
delle libertà personali ed intellettive nascosto con grande ingegno dietro ad
una apparente normalità.
Gli aspetti che credo limitino estremamente la capacità di scegliere di ciascuno
sono due, e lavorano insieme ed incessantemente: da una parte l’informazione e
dall’altra la poca cultura. Per informazione intendo la “cattiva informazione”,
intendo il continuo martellare dei “media” che porta ad attribuire un carattere
di importanza a sciocchezze o addirittura a fornire alle masse obiettivi sempre
più futili e fatui. La cultura invece, tra le sue varie ed importanti funzioni,
ha anche quella di servire da filtro per le informazioni in entrata, rendendo
gli individui capaci di discernere su differenti gradi di importanza e di
giustizia.
L’eccesso dell’una e la carenza dell’altra costituisce una miscela che
rappresenta uno tra i maggiori problemi della nostra epoca creando nei più
giovani una confusione di principi che non li mette in condizione di scegliere
“il giusto” e quindi di essere veramente liberi. Più o meno una sorta di
condizionamento subliminale insomma, che c’è ma non si vede.
La soluzione è molto semplice ma, ahi me, così difficile da applicare. E’ quella
di leggere o studiare, è lo stesso, ma comunque di fare qualcosa che sviluppi
veramente la mente ed accresca la cultura. Quella vera! Non rappresentata dal
“pezzo di carta” che si chiama laurea o diploma. Ci sono un sacco di “dottori”
che non sanno nemmeno che faccia abbia una sana cultura e questi saranno i
dirigenti di domani. E oggi vediamo che i dirigenti hanno molta importanza
perché volgono la prua della società dove meglio credono anche se detta così può
sembrare triste.
Il difetto sta nella sempre maggiore velocità che la tecnologia impone alle
forme di apprendimento. E’ un grave errore. Il cervello, come l’essere umano ha
bisogno dei suoi tempi e questi tempi non si possono dire lunghi, ma solamente
naturali.
Bisogna insomma scommettere su di noi e non su computer o congegni sofisticati
per migliorare la società e quindi il nostro stile e spessore di vita. Bisogna
scommettere su di noi per essere veramente liberi da condizionamenti, liberi di
scegliere il giusto, liberi di essere felici con ciò che realmente conta, liberi
di scrollarci di dosso tutti gli orpelli che questa società ci impone
appesantendoci ed appannando quella che è la vera sostanza.
Bisogna in poche parole imparare nuovamente le tabelline senza affidarci alla
calcolatrice. Bisogna solamente leggere, leggere ed ancora leggere.
Mi capita spesso di assistere ad episodi che
fanno molto riflettere.
Riflettere sul significato che viene attribuito alle cose, sull’importanza che
assumono molti oggetti che finiscono per divenire degli status ma soprattutto,
sul valore che noi stessi assegniamo alla forma.
Questo mio articolo vuole parlare di soldi in particolar modo, e più
precisamente di come essi abbiano imbruttito l’individuo, lo abbiano reso
insipido e sciocco nel corso degli anni.
E’ sufficiente osservare la reverenza con cui trattiamo un tale per il fatto che
si presenti guidando una Mercedes serie S piuttosto che una Ferrari e che magari
possieda due o tre industrie. O la smania che molte volte dimostriamo nel voler
stringere rapporti con chi ha potere e ricchezza, con chi può questo e quello,
con chi comanda.
Tutto ciò deriva dal fatto che oggigiorno i soldi non sono ciò che dovrebbero
essere e cioè un semplice mezzo per campare magari anche molto bene, ma sono
diventati sempre più un vero e proprio metro con quale misurare ogni cosa. Anzi
peggio, a volte i soldi divengono l’unica misura e non ci si preoccupa nemmeno
di valutare le altre caratteristiche dell’individuo.
Tipiche sono, in questo senso, le aspirazioni che i genitori hanno nei confronti
dei figli: “speriamo che diventi qualcuno” è la frase che impera e quel qualcuno
sta a sottintendere una prestigiosa posizione sociale e quindi la ricchezza ed i
favoritismi che ne vanno dietro.
Bisognerebbe augurarsi invece che i figli divenissero “qualcuno” dal punto di
vista umano. Ricchi di sentimenti, cultura, educazione, moralità e rispetto, ed
in questo modo saranno anche in grado di gestire al meglio l’eventuale ricchezza
di cui saranno proprietari ed avranno l’accortezza di non adoperarla per
schiacciare o umiliare o fare sentire inferiore nessuno.
Se non altro perché la stima che si costruisce velocemente sulla pecunia con la
stessa rapidità si dissolve nel momento in cui per qualche caso fortuito la
ricchezza cessi.
Questa è la situazione ed è già abbastanza grave, ma non basta. A peggiorare il
tutto vi è il fatto che le nuove generazione vengono spinte in questa direzione
senza alcuna pietà e così muoiono passioni e sogni nel raggiungimento del fine
ultimo, ovvero il successo economico.
E’ una malattia, un vero e proprio virus che porta a dire:” io sono e valgo
perché ho” e l’avere non è mai abbastanza e si entra in un vortice vizioso di
possedere e mettere in mostra ed il risultato è un bel palazzo ricolmo di luci
ma senza nessuno dentro.
Si scavalcano gli amici, i parenti, i propri cari. Sono sicuro che ognuno di noi
per il proprio tornaconto ha almeno una volta calpestato o dimenticato gli
interessi di qualcun altro.
I traguardi da raggiungere sono ben altri e più importanti, sia da parte della
società che del singolo.
Direi addirittura opposti, infatti, la saggezza suggerisce di essere felici di
nulla, e non solo lei ma anche la religione lo comunica con grande forza, anche
se a volte il comportamento del clero potrebbe far pensare il contrario, ma, ciò
non toglie che il messaggio è chiaro e lampante, deciso e sincero.
La vera ricchezza risiede nel non avere bisogni, o meglio, nel non avere bisogni
superflui e per fare ciò bisogna assolutamente bastare a se stessi ossia essere
ricchi dentro. Ricchi di cose da dire, da fare, da comunicare, ricchi di
strumenti per poter gustare ciò che questo mondo ci offre gratuitamente, ciò che
la storia ci suggerisce, ciò che la vita ci dona.
Esorterei ciascuno di noi ad affondare le radici del rispetto altrui nelle
viscere della persona stessa e non nei suoi possedimenti, magari ottenuti
calpestando diritti e dignità altrui. In questa maniera diviene anche possibile
alleggerire questa cappa di giudizi basati sull’apparenza e, facendo ciò,
acquisiscono naturalmente il valore che meritano tutti quei lavori, vite e
professioni che non sono così redditizi ma che inseguono un sogno o che magari,
molto semplicemente, sono lavori di grande utilità sociale. Perché ricordiamoci
sempre che i mestieri cosiddetti più “umili” sono spesso i più utili, senza i
quali saremo ricoperti della nostra stessa immondizia.
Così facendo non vi sarebbe imbarazzo alcuno nel pensare e nel dire di essere un
operatore ecologico piuttosto che un industriale perché consapevoli che il
giudizio deriverebbe solamente dall’onore di ciascuno. Onore raggiunto con il
proprio essere uomo nella concezione più piena del termine. Onore che
restituirebbe a ciascuno la propria dignità vera di persona.
"Gli anziani un problema? Non credo"
Vorrei proporre una riflessione su di un
argomento che da molto tempo ormai mi impressiona non poco.
Oggigiorno ogni cosa nasce e muore con una velocità impressionate. A partire
dalle cose per finire agli ideali, ai pensieri ed alle mode. Sembra che
l’imperativo sia quello di cambiare, sostituire lasciar morire ciò che c’è di
vecchio o è d’impiccio. Potrebbe essere un modo di pensare anche valido in
un’era dove l’informatica e le nano-tecnologie la fanno da padrone ma diviene
inaccettabile nel momento in cui tale “religione” viene applicata agli esseri
umani. Dicendo questo penso agli anziani, alle case di riposo, ai figli che
lasciano i genitori. Soli.
C’era un tempo in cui il nonno era il capo famiglia. Anche qui, nelle nostre
zone gli anziani erano riveriti se non altro perché era proprio da loro che
nasceva il mondo che c’era. Per gratitudine. Poi l’avvento del progresso e solo
cinquant’anni dopo non c’è più considerazione. Non una persona che si alzi per
far posto ad un anziano, non più rispetto nell’attendere che attraversino la
strada lentamente, con più aiuti nel momento del bisogno. Solo indifferenza.
Allora la domanda è: si può parlare di progresso? Progredire vuol dire andare
avanti e andare avanti non significa avere un cellulare piccolissimo piuttosto
che una macchina computerizzata, ma, dal mio punto di vista, dare la giusta
importanza alle cose che veramente contano. Ed allora sarebbe bene analizzare la
questione dall’unico punto di vista corretto, quello di una persona che, seduta
sulla sua sedia di celluloide, guarda fuori dalla finestra di una stanza anonima
con la mano nodosa delicatamente accostata alle tenda e che ha come unico amico
il ricordo e come unico progetto l’attesa, l’attesa che qualcuno si faccia vivo.
C’ero è difficile interpretare le richieste di coloro che non domandano, perché
non mi è mai capitato di vedere un nonno che di fronte ad una visita del figlio
dica:
“fatti vedere più spesso figliolo, perché ti ho dato la vita e molto di più,
perché sto lasciando questo mondo solo come un cane, perché questa fine è
l’ultima cosa che avrei augurato al mio peggior nemico, di morire in solitudine”
ciò che si sente è invece:
“che contento che sono di vederti! Mi dispiace che ti sei disturbato, ma sono
ugualmente felice che tu sia qui. Stai bene. E tua moglie, ed i bambini. Torna
pure quando vuoi, io sono qui, sto benissimo, non preoccuparti”
E non viene mai il dubbio che queste parole siano dettate da una saggezza che
solo ottant’anni di vita possono donare piuttosto che dai fatti come realmente
stanno.
Prendersi cura di coloro che hanno fatto la storia della nostra gente è un
dovere assoluto di ogni figlio, tanto importante quanto il dovere che un
genitore ha verso la propria prole, senza poi togliere che un continuo contatto
con gli anziani da parte dei nipoti per esempio è foriero di una ricchezza
inestimabile. Fa sorridere il fatto che molti siano pronti a spendere un sacco
di soldi per anticaglie di qualsiasi genere mentre non si accorgono che magari a
due isolati da casa loro vive uno scrigno ricolmo di tesori veri, di ciò che è
stato, e ne conserva i segni sul volto, nelle mani, nei gesti.
La morte stessa farebbe meno paura se vi fosse una frequentazione degli anziani
da parte di tutti. Perché oggi la morte non è solo morte ma è anche solitudine e
anonimato. E’ relegazione in un stanza di ospedale. Certo è più facile così
quando si ha a che fare con la morte dio altri ma questa bella medaglia ha un
altro lato e il lato meno piacevole è che ciascuno è consapevole che nel giorno
in quei arriverà il suo momento con tutta probabilità la storia si ripeterà e la
solitudine sarà la protagonista del trapasso di ciascuno.
Quanto più bello e naturale sarebbe se la famiglia assumesse la reale
connotazione di famiglia, se fosse un posto dove nascere e morire amati dalla
gente che conta, quanto più bello sarebbe vivere ed abbandonarsi anche se questo
comportasse magari la rinuncia a viaggi e vacanze incredibili, anche se questo
comportasse il non dover uscire qualche volta con gli amici, anche se questo
comportasse il non potersi dedicare quanto tempo si vorrebbe.
Personalmente credo che il progresso significhi soddisfare i bisogni di ogni
età, credo significhi raggiungere tutti una equivalente dignità umana e non
solamente di fronte al signore ma anche nei confronti dei nostri simili, credo
significhi assumersi le proprie responsabilità, non dimenticare chi è lontano e
soprattutto ricordare che la sorte è mutevole e che di punto in bianco potremmo
trovarci nei panni di chi non avremmo mai voluto essere.
E’ retorica questa? Si lo è. Tutti ne parlano da sempre, in tutte le salse, ma
l’importante è cominciare a fare e fin che non si farà dal mio punto di vista
vale la pena di parlare.
Questo mio articolo vuole essere una
riflessione sul tempo.
Una riflessione di un giovane di ventisette anni che sente un certo disagio nel
pensare ad una vita vissuta di corsa. Nel pensare ad una vita che non tiene
conto di quelli che sono i tempi naturali dell’essere umano.
Si sente parlare molto spesso di “disagio giovanile” E’ un’espressione che ormai
mi esce dalle orecchie. In realtà credo che il disagio giovanile non sia causato
dai giovani. Credo che non sia causato nemmeno dagli adulti. Credo che l’unica
responsabile di questa sorta di malessere sia la nostra attuale cultura.
Viviamo in anni dominati dall’informazione, e questo è bene. A volte le
informazioni che riceviamo non sono di ottima qualità ma non è importante.
Meglio sapere che non essere a conoscenza di nulla. Credo che il difetto risieda
nei tempi che la comunicazione ha assunto.
La televisione ed Internet sono i due principali responsabili della rovina dei
nostri giovani cervelli. Il fisico umano, come un qualsiasi altro organismo, ha
dei tempi chiari di assimilazione. E questo vale per i cibi, per gli sport e per
la cultura. Non è quindi la cattiva informazione che ci danneggia, ma la
velocità con la quale veniamo bombardati da nozioni di qualsiasi genere di
fronte alle quali la nostra curiosità si accende in un lampo ma, con altrettanta
rapidità, si spegne, e si spegne perché subito dopo ci sono centinaia di altre
cose molto interessanti pronte ad essere esposte davanti ai nostri occhi con un
semplice “clic”.
E così va perduta la capacità di analizzare, la capacità di comprendere e di
criticare e cresce l’insoddisfazione.
Cresce perché nelle nostre menti è sempre meno sviluppato il senso del “gusto” o
meglio, il senso del “saper gustare”. Perché per saper gustare bisogna essere
pieni di “strumenti” idonei, e tali strumenti nascono da una lenta
assimilazione, nascono dal crescere dell’anima, nascono facendo e studiando cose
in tempi ragionevoli per il nostro fisico e per la nostra mente. E’ più o meno
come trovarsi di fronte ad un abbondante banchetto, stupendo da vedere, senza
conoscere il gusto di alcuna pietanza e con uno stomaco troppo piccolo per
poterle gustare tutte.
L’incapacità appunto di “gustare” è all’origine del già menzionato “disagio
giovanile” e si riflette in tutti gli aspetti della nostra giornata.
Prendiamo le vacanze per esempio, che dovrebbero essere una parentesi di riposo
e di spensieratezza. Come vengono vissute le vacanze? Se c’è la possibilità il
protagonista indiscusso delle nostre vacanze è “il viaggio”. Ed il più lontano
possibile per giunta. Così, spesso, il tutto si riduce nell’essere letteralmente
catapultati, in una manciata di ore d’aereo, in un luogo completamente diverso
da quello che conosciamo.
Ci imbarchiamo al Marco Polo, chiudiamo il portellone e solo due ore dopo siamo
magari in Egitto. E spesso, per riempire questo viaggio che altrimenti sarebbe
così povero, ci si rinchiude in un villaggio turistico il più possibile simile a
casa nostra, che abbia naturalmente l’animazione e qualunque altra diavoleria
che ci permetta di non annoiarci. Perché si sa, l’Egitto non è abbastanza per
rapire l’attenzione di un essere umano medio.
Non voglio assolutamente dire con questo che il viaggiare è inutile. Tutt’altro.
Se vissuto in maniera ricca è un esperienza entusiasmante ed avvincente come
poche altre, sto dicendo solamente che, in molte occasioni, l’esempio riportato
coincide con ciò che effettivamente accade e questo è sintomo della crescente
incapacità di vivere le cose fino in fondo e di dar loro la possibilità di
comunicare con noi.
Per gli adulti è molto differente. Provengono da un tempo in cui a farla da
padrone era la lettura o al massimo la radio, da un tempo in cui non esistevano
i videogame, in cui il mondo digitale era ancora agli albori e per loro fortuna
hanno avuto modo di crescere. Spiritualmente soprattutto. Ed oggi si trovano
nella posizione di saper usare le risorse che la tecnologia mette a disposizione
e non di esserne dei passivi burattini.
Bisogna assolutamente tornare indietro. Bisogna fare un paio di passi indietro
per poterne compiere altri quattro avanti, altrimenti ho la sensazione che
questa “cuccagna” non possa durare ancora a lungo.
Bisogna “rallentare”, fare cose che diano la possibilità al fisico di respirare.
Leggere per esempio, andare in montagna, dove per fare un chilometro ci vuole
un’ora e non un secondo, pensare, riflettere, e soprattutto non affannarsi tanto
per correre di qua e di là. E se il mondo del progresso richiede dei robot,
degli automi meccanici che “facciano” senza pensare, grigi nei volti e
nell’anima, eh, allora questo mondo non fa per l’uomo. Ci siamo sviluppati in
una direzione sbagliata. Non umana.
Cambiamo direzione.
Ci sono alcune cose, o meglio alcuni
comportamenti o fenomeni che spesso mi fanno riflettere. Uno di questi è
senz’altro il divorzio.
Oggigiorno è cosa comune: non genera scalpore il sentir dire che una coppia,
magari con due o tre figli si è divisa e che i bambini devono passare le
festività con l’uno o con l’altro genitore. La frase: “i miei sono separati”
passa inosservata, quasi questo fenomeno rientrasse nella normalità delle cose,
nella quotidianità. Ma come mai nel giro di una decina d’anni tutto ciò è
divenuto comune, all’ordine del giorno, naturale?
E’ una domanda molto difficile la cui risposta affonda le sue radici nel tessuto
culturale del nostro tempo, nella lenta trasformazione che l’entità della
“famiglia” sta subendo, nel mutamento dei ruoli che i genitori assumono
all’interno di essa, nel cambiamento della figura della donna anche, che si
trasforma da madre e padrona della casa a lavoratrice indipendente,
nell’allontanamento dei figli dalle famiglie a favore di asili ed asili nido, in
un inesorabile sfaldamento dei rapporti di parentela verticali che sono alla
base dell’identità di ciascun individuo e che, pian piano vengono a mancare.
Insomma, in una perdita di importanza dei sentimenti che sono il fondamento
dello scambio umano che avviene tra quell’esile ma importantissimo gruppo di
persone che compone la famiglia.
Al di là di queste ragioni oggettive c’è, dal mio punto di vista, un motivo di
fondo. Qualcosa che esula dal mutamento sociale, qualcosa di indipendente da
qualsiasi tipo di fattore esterno all’individuo, qualcosa che è insito nella
persona stessa e che con il passare del tempo si accentua sempre di più, spinto
naturalmente dalla società delle “comodità” in cui tutti noi viviamo: questo
qualcosa è, a parer mio, la sempre minore attitudine al sacrificio.
Alla base di tutto sta il fraintendimento del sentimento dell’amore. E’ infatti
comune idea che innamorarsi significhi avere il cuore che batte, sentirsi vivi,
sognare in due, fare progetti, provare forte la passione e così via e tutto ciò
è verissimo, solamente che la questione non finisce qui. Vi sono delle
connotazioni dell’amore ben più profonde e senz’altro meno romantiche, meno
dolci ma più durature, e queste connotazioni fanno parte del sentimento vero
dell’amore, quello serio ed incondizionato. Sono quelle che rendono possibile la
sopportazione dei difetti del partner, l’affrontare con la schiena ben dritta le
difficoltà piccole e grosse di ogni giorno, che permettono di mandare giù
bocconi amari che senz’altro vi sono nell’arco di una vita, in favore
dell’accordo famigliare, che permettono di essere fedeli, di dare una sana
educazione ai figli e la giusta solidità al nucleo famigliare. Connotazioni
insomma che richiedono una buona dose di sacrificio ed abnegazione che
oggigiorno è carente nella quasi totalità degli individui.
Certo qualsiasi passeggiata in montagna è densa di poesia ed emozioni per i
primi dieci minuti, ma è quando la salita diviene irta che il gioco ha inizio ed
il carattere di ciascuno la fa da padrone. “Non mollare” diviene l’imperativo
assoluto e chi non ce la fa’ si perde la cima. Si perde uno spettacolo da mille
ed una notte oltre che la soddisfazione di dire “ce l’ho fatta”. Si perde
insomma una buona fetta di vita. Ed allora mi domando: se una vetta può dare di
queste emozioni non è il caso di provare a raggiungerne alcune di ancora più
alte ed importanti, per vedere dall’alto una vita trascorsa in maniera retta,
una famiglia importante, i figli divenire uomini e seguire l’esempio dei padri?
Non vale insomma la pena di stringere i denti quando le difficoltà sembrano
insormontabili e vedere che con tutta probabilità possono essere superate?
"Una squadra vincente: la famiglia"
Mi sembra doveroso spendere alcune parole su
di un’istituzione che è tra le più importanti della nostra società ma che sembra
stia perdendo il proprio ruolo dominante.
L’istituzione di cui parlo è la famiglia considerata nella sua concezione più
profonda ed intima.
Stiamo assistendo all’affermarsi sempre più incalzante dell’individualità sia
dell’uomo che della donna a scapito dell’unione e della comunione che hanno
costruito fino a pochi decenni fa le famiglie robuste da cui la maggior parte di
noi proviene e che ancora oggi vedono testimoni i nostri nonni o genitori più
anziani.
La famiglia costituisce da sempre uno dei tre pilastri fondamentali del vivere
comune insieme alla Chiesa ed alla scuola ed è di difficile comprensione la
perdita di identità ed importanza che ciascuna di queste tre istituzioni sta
subendo con il passare del tempo.
Ritengo possa essere senza timore equiparata alla più importante delle industrie
con il compito di creare e rafforzare un prodotto preziosissimo: noi stessi.
Viene trascurata sia dai genitori che dai figli.
Molte volte accantonata a fronte di stringenti orari di lavoro, soprattutto qui
nel nord est, spesso sostituita da gruppi di amici o fidanzate magari troppo
esigenti, ridotta all’inesistenza da mille e mille impegni, perde lentamente di
identità e consistenza e con lei gran parte della personalità di ciascuno.
La famiglia, i genitori, i nonni e via dicendo rappresentano un immagine di noi
stessi prima ancora della nostra nascita, uno specchio magico nel quale guardare
le proprie origini e perché no, anche frammenti del proprio futuro. Rappresenta
un porto sicuro nel quale approdare quando le difficoltà si fanno troppo aspre,
l’unico luogo nel quale si è sempre amati ed accettati nel quale si riceve anche
senza mai dare, la più potente delle alleanze e la più produttiva delle
industrie.
Sono fermamente convinto che si debba dedicare ad essa almeno tanto tempo quanto
al lavoro perché solo in questo maniera sarà possibile restituirle l’antico
lustro e dar modo ai figli, fin da piccoli, di assaporare il gusto di un pranzo
o di una cena trascorsi con i propri cari, di un rapporto costruttivo con i
fratelli, di una alleanza mai scritta ma indelebile, dell’importanza della
comunicazione, dei rapporti umani e del sentirsi parte di una squadra vincente.
La famiglia, in particolar modo oggi che sembra essere tutto così aleatorio ed
inconsistente, ha un compito molto importante e difficile che è quello di dare
una direzione, di segnare il nord, di comunicare ad un figlio valori talmente
forti che rimangano in lui per tutta la vita e che gli diano addirittura la
possibilità di trasmetterli con la medesima chiarezza ad altre vite, quelle dei
propri figli.
Questa “indipendenza” così tanto sbandierata oggigiorno da parte di tutti, sia
adulti che figlioli, sia uomini e che donne, questa voglia di allontanarsi da
casa, di fare le proprie esperienze, di tracciare le proprie strade mi sembra
sia un po’ esagerata o forse prematura. Mi sembra che nasca dall’assenza del
concetto di famiglia nel cuore di chi si appresta a costituirne di nuove.
Devo dire che la figura femminile, quella di donna e di mamma è fondamentale in
questo frangente e molto spesso è proprio la sua assenza che distrugge l’unione
famigliare. Non voglio assolutamente dire con questo che ritengo sbagliato che
una madre di famiglia lavori e si crei una propria indipendenza anche economica,
voglio solo far presente che gestire una famiglia nel modo corretto, dandole la
forma ed il cuore di famiglia, rendendola accogliente e calda e densa di amore,
rendendola in somma un luogo in cui i famigliari non vedano l’ora di giungere la
sera è un lavoro tutt’altro che facile e per nulla frustrante. E questo vuole
essere un messaggio anche per gli uomini, e ne ho conosciuti molti, che
ritengono che una casalinga non faccia nulla e denigrano spesso le mogli
consigliandole, sbagliando, di trovarsi un lavoro.
Se ne avessi la facoltà, accanto al premio di “imprenditore dell’anno”
istituirei quello di “famiglia dell’anno”, che sarebbe sicuramente meno
prestigioso dal punto di vista economico ma ricco di contenuti sotto il profilo
umano.
L’essere umano ha bisogno di riconoscersi, di avere una precisa identità
territoriale e famigliare, di avere un posto chiamato casa, di sentire le
proprie origini. Ci si può anche allontanare certo, ma per poi tornare. Proprio
come dopo un lungo viaggio.
Allontanarsi per sempre destabilizza profondamente e soprattutto accresce il
pericolo di non trovare più la strada giusta.
Un consiglio che mi sento di dare a coloro che hanno perso tempo con questo
articolo è quello di dedicarsi in modo speciale ai propri cari prima che a
chiunque altro perché da un giorno all’altro le cose potrebbero mutare
all’improvviso e, ciò che sembrava certo e scontato, potrebbe sparire per sempre
e spesso l’importanza delle cose la si capisce quando esse vengono a mancare
solo che ormai è troppo tardi.
"Uomini di gomma? Non ci voglio credere"
Alcune sere fa mentre facevo zapping,
comodamente avvolto in una coperta di pail, dal divano di casa, mi sono
imbattuto in una trasmissione che mi ha fatto molto riflettere e venir voglia di
spendere due parole su di un argomento che fino ad oggi non avevo mai
considerato.
Il programma aveva come ospiti persone che, scontente del loro aspetto fisico,
hanno voluto ricorrere alla chirurgia plastica per “migliorarsi” (se di
miglioramento si può parlare) e addirittura, se ho ben capito, aiutate dalla
trasmissione stessa sotto il profilo finanziario.
Come mai un individuo che ha la fortuna di nascere praticamente perfetto un bel
giorno decide di “rifarsi”, di aspirarsi il grasso piuttosto che gonfiare il
seno o le labbra o chissà cos’altro? Una persona sana intendo. Con due occhi, le
orecchie, il naso, la bocca, il tatto, ed ogni senso perfettamente funzionante.
Come mai tale persona non è in grado di bastarsi, di trovare le sicurezze
necessarie dentro di lui piuttosto che fuori?
Il problema è molto più esteso e profondo di quanto sembri a prima vista. Non ha
origine dalla persona stessa ma da uno “status”, a mio avviso molto sciocco, che
è imposto dalla cultura della forma e dell’apparire che impera nei nostri
giorni.
Ciò che conta è essere belli come un pavone ed aprire la coda il più possibile
per farsi guardare, notare, per non sentirsi a disagio stando bene attenti però
a non aprire altrettanto la bocca perché probabilmente quello che ne uscirebbe
sarebbe un vuoto talmente sonoro da far passare l’aspetto nettamente in secondo
piano. Quello che voglio dire insomma è che, se qualcosa si deve fare, bisogna
cercare di riempire questo involucro di carne nella maniera più completa e
splendida possibile, rendendolo ricco di contenuti, di emozioni e sentimenti, di
cose da dire, di cultura, facendo in modo di essere affascinanti per i mattoni
che abbiamo posto noi stessi e non per quelli che ci sono stati regalati da
nostra madre o da un bravo chirurgo non per merito nostro. Tanto più che alcuni
difettucci spesse volte divengono dei punti di forza del carattere e della
personalità. Chi potrebbe dire che un Totò fosse un bell’uomo, o Leopardi, o
Dante e chi più ne ha più ne metta ma chi con altrettanta facilità potrebbe dire
di non essere rimasto ore davanti alle proiezioni dei film del primo piuttosto
che agli scritti degli altri. Quindi il fisico è solamente un vestito nelle mani
della persona che lo indossa e come tutti i vestiti deve essere portato con una
certa classe e valorizzato dalla persona che gli sta dentro, nel nostro caso
l’anima di ciascuno. Certo è che, meno bello è il contenuto, più l’abito deve
essere lucente ed elegante per sopperire a tale mancanza ma teniamo in
considerazione che nessun abito fa miracoli e che a volte la grettezza,
l’ignoranza ed il vuoto più profondo sgualciscono anche il più prezioso dei
vestiti.
Sto estremizzando naturalmente. Non voglio dire che tutti coloro che pensano di
ricorrere ad un’operazione per “cambiarsi” siano stupidi ma solo che dovrebbero
pensarci bene perché probabilmente ci sarebbero molte altre operazioni da
compiere sicuramente meno vistose, costose ed appariscenti.
Che la nostra è la società dell’apparenza è dimostrato in primo luogo da
trasmissioni televisive del genere che, divulgate a livello nazionale, tendono
ad attribuite a problemi e concetti molto importanti e profondi e forse anche
sbagliati una leggerezza e naturalezza che non gli si conviene. Tendono a
normalizzare situazioni strane e stravaganti, a dare ad ogni cosa un senso di
liceità esagerato, dicendo spesso che questo è il frutto della globalizzazione,
che è corretto che tutti sappiano tutto di tutto e che qualsiasi cosa, giusta o
sbagliata che sia possa essere messa in mostra davanti ad un pubblico di milioni
di persone di ogni cultura, età ed estrazione sociale.
A mio modo di vedere invece, la globalizzazione dovrebbe essere foriera di una
ventata di novità positive. Dovrebbe “globalizzare” il giusto e mettere ciascuno
nella posizione di capire quali sono le cose importanti, dovrebbe dare spessore
all’essere umano e non toglierlo, dovrebbe portare alla luce i problemi di chi
ne ha davvero e sputarli in faccia a chiunque, senza pietà, rendendoci
consapevoli di quanto fortunati siamo pur con i nostri nasi storti o labbra
troppo minute e mettendoci in condizione di aiutare coloro che devono essere
aiutati.
Purtroppo però le cose non girano in questa maniera. Anzi. Ruotano attorno ad
una cosa che si chiama moneta, o meglio profitto. E così nascono trasmissioni
che “vanno”, che fanno ascolti, che rendono ricchi. Ma chi arricchiscono? Non di
certo chi le guarda! Arricchiscono chi le fa e che sa benissimo che vende
immondizia perché se ha raggiunto una determinata posizione stupido non è, ma
che purtroppo non ha nemmeno peli sullo stomaco a propinare qualsiasi
sciocchezza a chiunque solamente per profitto. Non parlo solo di chi si occupa
d’informazione o di spettacolo ma anche dei chirurghi per esempio che scelgono
questo campo non con lo scopo primario di donare un volto nuovo a chi magari è
stato deturpato da un qualche orribile incidente ma con la finalità di fare una
montagna di soldi su tutti coloro che spendono sonanti bigliettoni per drizzare
una gobba o avere un’addominale più visibile.
Concludo queste noiose righe dicendo che, dal mio punto di vista, il tesoro di
ciascuno di noi, anche se a prima vista non sembra, sta nella nostra testa che
diviene metro e misura per ogni cosa e che quindi è capace di valorizzare le
cose importanti e sminuire quelle stupide ed è proprio su ciò che noi dobbiamo
puntare, cercando in ogni maniera di sviluppare quest’organo che più di altri è
in grado di farci ridere e piangere, di farci sognare e divertire, di darci
insomma l’importanza che meritiamo per il solo fatto di essere noi stessi.